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L’evangelizzazione dell’economia

L’evangelizzazione dell’economia:
dalla gabbia dell’ideologia liberista alla vera libertà di un’economia "cristiana"

Dimmi qual è la tua metafisica, e ti dirò in che società vivrai!

Con questo adagio si potrebbe riassumere l’autorevole analisi che il nostro confratello Giorgio La Pira propose in un breve quanto chiaro saggio del 1945 dal titolo “Premesse alla politica”, dove il Servo di Dio mostra la catena logica che, partendo da una visione del mondo, produce necessariamente un determinato tipo di società. 

La Pira considera l’esempio di tre sistemi filosofici e, passo dopo passo, dimostra come dalla filosofia di Hegel si arrivi ineluttabilmente alla dittatura razzista, dalla visione di Marx alla dittatura comunista, e dalla filosofia di Rousseau alla democrazia capitalista ed individualista, che porta alla concentrazione del potere economico e politico e all’oppressione dei più forti sui più deboli (cf. G. La Pira, Premesse alla politica, 1945, p. 127).

Se le tremende devastazioni del nazismo e del comunismo sono conosciute da tutti, anche il liberismo economico, nato con la Rivoluzione Industriale, mostrò subito le sue nefaste conseguenze sulla società, stigmatizzate chiaramente nell’Enciclica di Leone XIII Rerum Novarum del 1891. Da allora ininterrottamente in dieci Encicliche1, il Magistero della Chiesa continua ad avvertire della necessità di un’attività regolatrice del mercato, che permetta di godere dei vantaggi della libera competizione, e allo stesso tempo eviti la concentrazione del potere economico e politico, con il conseguente sfruttamento dei potenti sui più deboli, nonché la devastazione dell’ambiente.

Le politiche statali di molti paesi europei sono riuscite a mitigare le conseguenze nefaste del libero mercato sulla società, portando prosperità e benessere al nostro continente, ma, allo stesso tempo, la concezione dell’uomo liberale ha prodotto anche lo sfaldamento dei valori tradizionali, cominciato con una vera e propria rivoluzione copernicana dei valori propugnata da vari filosofi libertari, a partire dal poemetto satirico del 1724 dell’olandese Bernard de Mandeville, “La favola dell’ape: ovvero vizi privati, pubbliche virtù”, per passare all’evacuazione della morale dall’economia operata da Adam Smith, ed approdare all’attuale “economicizzazione” o “omnimercificazione” del mondo, come la descrive bene Serge Latouche nel suo saggio “L’invention de l’économie”, del 2005 (p. 225-9). 

Un tentativo di evitare i danni del liberismo economico, senza ricorrere alla regolazione del mercato da parte degli Stati, si ritrova nella proposta di una corrente di pensiero statunitense, definita come neoconservatorismo, abbreviato in Neocon. Se le sue origini risalgono all’anticomunismo radicale degli anni ’50 del XX secolo, il pensiero Neocon si caratterizza dalla assoluta fiducia nell’attività autoregolatrice del mercato, identificando il problema del sistema capitalistico democratico nel ““caos spirituale”, alimentato dal dinamismo tipico delle istituzioni capitalistiche”, come afferma il politologo Neocon Irving Kristol (cf. Flavio Felice, “Prospettiva “neocon”. Capitalismo, democrazia, valori nel mondo unipolare”, 2005, p. 148).

La soluzione che permetterebbe di salvare il mercato libero, e allo stesso tempo preservare la società e l’ambiente, per i Neocon sarebbe quella di moralizzare con le virtù la vita degli agenti del mercato, cioè di tutta la società. Se questa proposta sembra a prima vista promettente, in realtà, quando si considerano i presupposti filosofici che vi stanno alla base e le finalità ultime che guidano il pensiero Neocon, si dimostra inefficiente, se non dannosa.

Come abbiamo visto, l’idea di uomo che è alla base del sistema capitalistico democratico è quella di Rousseau e dei filosofi liberali. Sovrapporre un’idea cristiana dell’uomo, come propone Michael Nowak, “profeta” del teoconservatorismo, per far sì che gli agenti del mercato si comportino cercando il bene comune è un’illusione destinata a fallire. L’incisiva azione politica negli Stati Uniti - e sempre di più anche nella Chiesa - degli ambienti Neocon e Teocon cerca di imporre alla società una morale delle virtù, ricorrendo spesso alla teologia di san Tommaso d’Aquino, operazione che consiste in pratica a cercare di “imprigionare” i vizi privati, che sono il motore dell’economia liberale, in una “gabbia” di virtù posticce.

È una sorta di assurdo contrasto tra due forze che spingono in direzioni opposte, da una parte sollecitando i vizi per far funzionare l’economia, dall’altra sviluppando le virtù, come se le virtù e i rispettivi vizi che vi si oppongono possano coesistere! Come essere casti e lussuriosi allo stesso tempo? Anche i Teocon cattolici cercano di sdoganare l’economia liberista all’interno della Chiesa, reinterpretando il Magistero sociale in modo che non infranga i dogmi del mercato autoregolato, del diritto assoluto alla proprietà privata e del primato del profitto. Un esempio in questo senso è dato dal libro “Les Papes de Léon XIII à Jean-Paul II et le capitalisme,” del nostro confratello fr. Maciej Zieba op, che sembra in tutti i modi voler presentare le encicliche sociali fino a Centesimus annus di S. Giovanni Paolo II, come suffraganti l’economia liberista, arrivando a svalutare l’insegnamento della Populorum progressio di Paolo VI, bollandola come simpatizzante delle ideologie di sinistra (p. 45-52), poiché chiaramente in opposizione ai dogmi liberisti.

fr. Riccardo Lufrani O.P.

Ma quello che è più grave dell’ideologia Neocon è la strumentalizzazione della religione come regolatore sociale. Il credo religioso non è per i Neocon la fede che dà la forma alla vita degli individui e delle società, ma una religione di regole e leggi che servono a limitare i danni insiti al sistema capitalistico democratico stesso2. Invece di un’economia al servizio di Dio nel servizio dell’uomo, come prospetta la dottrina sociale della Chiesa, il programma Neocon prevede di servirsi di Dio per preservare il sistema capitalistico democratico. Si tratta di una vera e propria perversione ideologica!

Infatti, il progetto Neocon, da un lato non può riuscire nel suo intento di una moralizzazione delle virtù sulla società liberale, questa essendo fondata sui valori che tendono necessariamente all’individualismo, al relativismo e allo sviluppo dei vizi, dall’altro, dando l’illusione di una rigorosa religiosità, anestetizza la forza dirompente che la virtù teologale della fede suscita nei credenti, chiamati, attraverso la loro azione nel mondo sostenuta dalla grazia, alla evangelizzazione della società.

In un recente articolo sul fondamentalismo cristiano, Padre Antonio Spadaro SJ e il Pastore presbiteriano Marcelo Figueroa denunciano la strumentalizzazione della religione a fini politici, caratteristica comune alle numerose ideologie ultraconservatrici statunitensi: “Su quale sentimento fa leva la tentazione suadente di un’alleanza spuria tra politica e fondamentalismo religioso? Sulla paura della frattura dell’ordine costituito e sul timore del caos. Anzi, essa funziona proprio grazie al caos percepito. La strategia politica per il successo diventa quella di innalzare i toni della conflittualità, esagerare il disordine, agitare gli animi del popolo con la proiezione di scenari inquietanti al di là di ogni realismo.La religione a questo punto diventerebbe garante dell’ordine, e una parte politica ne incarnerebbe le esigenze. L’appello all’apocalisse giustifica il potere voluto da un dio o colluso con un dio. E il fondamentalismo si rivela così non il prodotto dell’esperienza religiosa, ma una concezione povera e strumentale di essa.”

In poche parole, l’ideologia Neocon si rivela essere un tentativo di preservare l’ordine del liberismo economico, usando la religione per cercare di far stare in piedi un edificio sociale che è minato alle fondamenta dalla natura stessa del sistema economico liberista. L’uso ideologico della religione da parte dei Neocon si spinge addirittura a cercare di dimostrare che il liberismo economico è insito nella natura dell’uomo, tanto da arrivare a studiare la “portata teologica del capitalismo democratico” e “della vita dello spirito che lo rende possibile” (cf. Felice, p. 153-4).

Ricercando un fondamento teologico e prospettando una rigida morale delle virtù, l’operazione Neocon, che si professa di ispirazione cristiana, in realtà si apparenta molto più all’islam politico, che propone di “addomesticare” il mercato “attraverso alcune precise regole,” che però sono “applicabili solo nell’ambito di una dittatura teocratica” (cf. World-Lab, Manifesto del civismo, 2016).

Se negli ambienti accademici e nei media, grazie anche a consistenti finanziamenti di ricchi mecenati, il liberismo economico è stato presentato per decenni come l’unico sistema praticabile, le evidenti conseguenze nefaste del liberismo senza freni (basti pensare alla crisi finanziaria del 2008) hanno suscitato diverse reazioni, che vanno dai movimenti no-global, alle teorie della decrescita felice, all’islamismo politico, alla proposta di una nuova economia “cristiana”.

Fino ad oggi, il Magistero della Chiesa non ha “consacrato” nessun sistema economico, ma si è limitato a presentare i principi cristiani che dovrebbero ispirare le società e le relazioni economiche, sottolineando i vantaggi e gli svantaggi dei diversi sistemi esistenti. Uno sviluppo nell’attitudine della Chiesa riguardo all’economia, si è manifestato già nel primo anno del pontificato di Papa Francesco, che ha stigmatizzato l’inequità del sistema economico dominante nel mondo, usando parole forti: “Questa economia uccide.”3 

A più riprese il Sommo Pontefice, poi, ha incoraggiato tutti, e i fedeli in particolar modo, a pensare in maniera nuova per affrontare il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. In questo senso, una riflessione sulla teoria e la prassi economica recentemente proposta da un gruppo di economisti cristiani, denominato World-Lab, delinea un’interpretazione della realtà economica attraverso un nuovo paradigma e propone una trasformazione della società e dell’economia dal basso, grazie anche alle nuove tecnologie, tenendo conto della dottrina sociale della Chiesa (cf. World-lab, Dignità delle nazioni, 2015). Con un secondo libro del 2016, “Manifesto del civismo”, lo stesso gruppo World-Lab “intende dar avvio ad una dinamica destinata a dar forma ad un sistema sociale inedito, denominato Civismo”, sistema sociale prodotto da un sistema economico “essenzialmente basato sulla naturale complementarietà fra il Mercato, lo Stato e le Collettività mutualistiche intermedie”, denominato dagli autori come “Economia cristiana” (cf. World-Lab, Manifesto del Civismo, 2016). 

Conforme alla dottrina sociale della Chiesa, la proposta del gruppo World-lab sembra essere una promettente risposta al cambiamento radicale che il mondo sta sperimentando. Gli autori di questa proposta hanno sviluppato nei dettagli il percorso di realizzazione di una nuova economia dove l’auto-produzione, organizzata in quelli che sono chiamati Distretti di Sviluppo Locale, permetterebbe di combinare i vantaggi della competizione del mercato con quelli della piena occupazione, il tutto nel rispetto dell’ambiente.

L’interessante e promettente progetto di una nuova società fondata su un’economia conforme al Vangelo è solo al suo inizio, ma non ci sono motivi per pensare che, perfezionandosi man mano che si realizza, non possa riuscire nel suo intento, se crediamo veramente che la vita cristiana sia la vita che tutti gli uomini sono chiamati a vivere nella grazia che sopraeleva la natura di ogni persona umana.

L’iniziativa del gruppo World-lab risponde pienamente alle aspettative che La Pira formulò nel lontano 1945: “E se tutto questo è vero – ed è vero! – sorge per la cristianità il dovere di organizzarsi politicamente per assolvere questo compito preciso: preparare essa nuovi congegni economici, politici, giuridici e culturali che siano adeguati alle premesse metafisiche e religiose dell’Evangelo: cioè, preparare le nuove strutture sociali nelle quali – come dice Maritain – siano rifratte quelle esigenze di interiorità, libertà, e di fraternità che sono le esigenze insopprimibili della persona umana.” (cf. Premesse alla politica, p. 186).

La riflessione che proponiamo in questo breve articolo, spera di aver dato una doppia buona notizia: non siamo “condannati” al liberismo economico, e la fede non è destinata ad essere relegata al ruolo di “stampella” dei dogmi liberisti! La sacramentalità della Chiesa per il mondo passa attraverso l’incarnazione nella vita di ogni fedele del Cristo Crocifisso e Risorto, per diventare pietre vive del Corpo Mistico, fermento, lievito, sale e luce per il mondo.

Accogliamo allora con entusiasmo la forte e continua esortazione del Sommo Pontefice, che con il Cristo è Capo del Corpo Mistico,4 a capire il mondo contemporaneo e partecipare attivamente, ognuno secondo il proprio stato, i propri talenti e le proprie competenze, alla costruzione della nuova società.

  1. Riccardo Lufrani, O.P.

 

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1) Quadragesimo anno – 1931, Pio XI; Mater et magistra – 1961, Giovanni XXIII; Pacem in terris – 1963, Giovanni XXIII; Populorum Progressio – 1967, Paolo VI; Octogesima adveniens – 1971, Paolo VI; Laborem exercens – 1981, Giovanni Paolo II; Sollicitudo rei socialis – 1987, Giovanni Paolo II; Centesimus annus – 1991, Giovanni Paolo II; Caritas in veritate – 2009, Benedetto XVI; Laudato si’ – 2015, Francesco.

2) In questo senso si veda il paragrafo sulla religione nel succitato saggio di Flavio Felice: p. 89-107.

3) “Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi” ", Evangelii gaudium, 53.

4) Cf. Unam Sanctam, Bonifacio VIII, (Corp. Iur. Can., Extr. comm. I, 8, 1).